JACQUES LACAN per Massimo Recalcati (IV)
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Non è più come prima
«Più io ti do, più io ho.» — Romeo e Giulietta

C’è una frase che attraversa l’amore come un paradosso: quanto più do, tanto più ho. Non si tratta di accumulazione, ma di spoliazione. Non si tratta di trattenere, ma di perdere qualcosa affinché qualcosa esista. Amare non è mai stato conservare intatto l’io; ha sempre implicato una trasformazione.
Ma non ogni amore opera allo stesso modo.
L’amore narcisistico non vede l’altro: si guarda in lui. L’altro funziona come specchio, come superficie riflettente in cui l’io conferma la propria immagine. Non c’è incontro, c’è ripetizione. Non c’è alterità, c’è autoaffermazione. Si ama per suturare un vuoto proprio, non per sostenere la mancanza condivisa. L’altro non è necessario come soggetto, ma come funzione. Non si cerca il suo desiderio; si cerca che confermi il proprio.
È un amore che non rischia nulla. Che non perde nulla.
L’amore edipico, invece, si organizza attorno a una scena anteriore. Ama cercando il padre o la madre. Nella scelta amorosa appare un gesto, un tono, un dettaglio che riattiva un’iscrizione infantile. Nel desiderio si fissa l’oggetto a: un tratto minimo che sostiene il fantasma. Non si è fedeli alla persona, ma alla scena che la precede.
Sia l’amore narcisistico sia quello edipico riducono l’altro a supporto di una struttura interna. In entrambi i casi, l’incontro resta subordinato alla ripetizione.
Esiste, tuttavia, un’altra modalità dell’amore. Non come forma superiore, ma come operazione distinta.
Per Lacan, amare è rivolgersi al nome proprio dell’altro. Non al tratto che si adatta alla mia storia. Non all’attributo che soddisfa il mio fantasma. Amare implica riconoscere una singolarità che non può essere assorbita nella mia economia psichica. Il desiderio si sostiene nel fantasma; l’amore introduce una scommessa sul soggetto.
L’amore non redime né completa. Ma annoda. Orienta. Introduce un limite scelto in mezzo alla dispersione del desiderio. La fedeltà non è repressione, ma decisione. Non elimina la mancanza; la organizza attorno a un nome.
Nella struttura ossessiva, l’amore può essere vissuto come una minaccia alla sovranità dell’io. Consegnarsi implica rinunciare al controllo assoluto delle possibilità. Mantenere tutte le opzioni aperte sembra garantire libertà, ma quella libertà illimitata finisce per svuotare l’atto. Senza decisione non c’è legame; solo fantasia.
Idealizzazione e aggressività si sostengono a vicenda. Quando l’altro smette di incarnare l’immagine che sosteneva il fantasma, l’ostilità emerge. Non perché l’altro sia cambiato, ma perché si è fratturata la consistenza immaginaria che lo avvolgeva.
L’unico tradimento strutturale non è morale. È tradimento del proprio desiderio. Si può mentire, ingannare, nascondere. Ma la vera rottura avviene quando si elude ciò che ci costituisce, quando si preferisce non sapere nulla del desiderio che insiste.
Il tradimento può essere vissuto come un arto fantasma: qualcosa che non c’è più, ma continua a far male. Il corpo ricorda anche ciò che ha perso. La relazione finisce, ma la scena persiste. Non perché l’altro continui a esserci, ma perché il fantasma non è stato attraversato.
Perdonare non è dimenticare. Non è voltare pagina. Come suggerisce Jacques Derrida, perdonare è confrontarsi con l’imperdonabile. Ciò che può essere calcolato non richiede perdono. Il perdono vero non risponde alla giustizia, ma a una decisione che oltrepassa lo scambio.
Amare non è ripetere. Non è completare. Non è possedere.
Amare è accettare che non è più come prima.
Qualcosa si è modificato.
E decidere, nonostante ciò, di sostenere il nome proprio dell’altro… senza ridurlo al proprio fantasma.