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JACQUES LACAN per Massimo Recalcati (III)

  • 19 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Cosa resta del Padre?


In Cosa resta del Padre?, Recalcati affronta una domanda scomoda per la contemporaneità: non se il padre sia caduto, ma che cosa resta di lui una volta che è caduto. Il libro — precedente a Il complesso di Telemaco — mantiene una posizione apertamente marxista e anticapitalista, attraversando tutto il discorso con una critica insistente al regime del godimento. A volte questa insistenza diventa reiterativa, ma il nucleo è chiaro: la psicoanalisi non funziona come adattamento al sistema, bensì come un antidoto contro la logica capitalista del consumo illimitato.


Il capitalismo produce soggetti intrappolati nella feticizzazione dell’oggetto: promette soddisfazione, ma consegna soltanto la ripetizione del vuoto. Il desiderio, invece, non punta mai a un oggetto raggiungibile. In questo punto, Recalcati si avvicina a Žižek: la psicoanalisi rivela che l’oggetto del desiderio è strutturalmente impossibile, mentre il capitalismo spinge il soggetto verso un godimento mortifero che ignora ogni limite.


Qui riappare la figura del padre, non come autorità morale né come figura viva, ma come funzione simbolica. Il padre è il portatore della legge del desiderio: non reprime il desiderio, ma lo separa dal godimento assoluto. Castrare il godimento per salvare il desiderio. Non si tratta di restaurare un padre ideale né di tornare a un ordine perduto, ma di trasmettere l’eredità del limite senza trasformarlo in un fardello.


Il padre non è un individuo: è un significante. Per questo può essere morto ed essere onnipresente — convertito in Grande Altro che schiaccia ogni ricerca singolare — o essere vivo e simbolicamente assente. A volte per la sua incapacità di trasmettere; altre, perché la madre determina il luogo che quel padre può occupare. L’assenza del padre non è un fatto biologico, ma una falla nella trasmissione della legge della parola.


In Il complesso di Telemaco, Recalcati sposta il mito freudiano. A differenza di Edipo, per il quale il padre è rivale e ostacolo del desiderio, Telemaco non lotta contro il padre: lo attende. Non come ideale del passato né come promessa di restaurazione, ma come un luogo vuoto che attende di essere occupato da una legge giusta. Non c’è nostalgia del patriarcato né fede in un futuro redentore: c’è un’attesa attiva di una funzione che ordini senza dominare.


La legge simbolica della castrazione — la legge della parola — rende possibile il nome proprio, l’identità, il legame. Iscrive il soggetto nella dimensione dell’impossibile: non tutto può essere, non tutto può sapersi, non tutto può godersi. Questa iscrizione non impoverisce la vita; la alleggerisce. Di fronte al mandato contemporaneo di volere tutto, essere tutto, sapere tutto e desiderare tutto, la legge introduce una perdita che rende abitabile l’esistenza.


Il fantasma della libertà contemporanea consiste nel dissociare libertà e responsabilità. Quando la libertà si separa dalla legge, si trasforma in capriccio. Lucrezio lo aveva già formulato: il desiderio umano è un vaso forato. Il capitalismo non tenta di sigillare quella fuga; la sfrutta, promettendo che alla fine vi sarà una riparazione definitiva. Ma non c’è alcuna riparazione.


Per questo Lacan avverte: ogni rivoluzione ritorna al punto di partenza e porta con sé un nuovo padrone. La malinconia è restare aderenti all’oggetto perduto; il rifiuto del padre non è la stessa cosa della rinuncia al padre. Rinunciare al padre implica assumere la legge della parola, appropriarsene ed entrare nel sociale — nella cultura, nell’arte, nel lavoro, nella natura — senza nostalgia né sottomissione.


L’errore post-freudiano del culto dell’Io — specialmente in Jung — consiste nel reintrodurre la morale nell’inconscio, riportando il soggetto alla colpevolezza, alla chiarezza e all’oscurità come categorie etiche. Lacan rompe con questa mistificazione: non si tratta di giudicare la vita come errata, come crede il libertino, ma di aprirla. Rifiutare il “tutto è possibile” liberale non è una condanna, ma una condizione per una vita più vivibile.


La sublimazione pulsionale più alta non è la negazione del desiderio, ma il lavoro. Un lavoro demiurgico: materiale e simbolico, fisico e astratto. Capace di tracciare mappe del mondo, ma anche di intervenire in esse. Non c’è desiderio senza legge, né legge senza atto.


L’essere del padre è sempre un essere assente. Ma da questa assenza può sorgere una nuova potenza se si assume la legge del desiderio. Recalcati lo formula in tre movimenti:


Atto: prendere con vigore gli strumenti simbolici per sostenere un Io capace di accettare il desiderio dell’Altro.

Fede: non come credenza ingenua, ma come costanza senza garanzia; senza di essa, l’atto si esaurisce.

Promessa: la possibilità di una soddisfazione maggiore del godimento mortifero, a condizione che il soggetto consenta alla legge della castrazione.


Non c’è un padre che garantisca. C’è una funzione che si trasmette o si perde. Ciò che resta del padre non è autorità né nostalgia: è la possibilità di un desiderio che non divori se stesso.

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