JACQUES LACAN per Massimo Recalcati (II)
- 9 feb
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Le mani della madre

Nel campo della psicoanalisi esistono due grandi mitologie intorno alla madre. La prima concepisce la madre come una prigione: una figura onnipotente e inglobante, dalla quale il padre dovrebbe liberare il figlio introducendo la legge. La seconda idealizza la maternità come amore assoluto, sacrificio senza resto, esclusività totale. Entrambe queste letture, sebbene apparentemente opposte, condividono lo stesso errore: pensare la maternità come un destino naturale e non come una posizione etica rispetto al desiderio.
Lacan è radicale su questo punto: non esiste amore per la vita, così come non esiste amore per l’universale. Esiste solo l’amore uno per uno. L’amore per il nome proprio. Amare non significa garantire tutto, ma riconoscere la singolarità dell’altro senza appropriarsene. Da qui, Recalcati propone un’inversione decisiva: non è il padre che deve liberare il figlio dalla madre, ma è la madre che, fin dall’inizio, deve acconsentire a non appropriarsi del figlio come oggetto del proprio godimento.
La maternità non è dominio né fusione; è, prima di tutto, esperienza dell’attesa. Un’attesa radicale, impossibile da anticipare, che implica accettare che il figlio non appartenga, non colma, non ripari. Quando la madre confonde il figlio con l’oggetto destinato a suturare la propria mancanza, si inaugura una violenza silenziosa: il figlio smette di essere soggetto e diventa funzione del desiderio materno.
Il desiderio dell’uomo — dice Lacan — è sempre desiderio dell’Altro. Desiderio di essere riconosciuto dall’Altro, desiderio del desiderio dell’Altro. Quando il bambino non è visto, quando non è riconosciuto come soggetto separato, emerge una forma precoce di narcisismo: il bambino si guarda per ore allo specchio, non per vanità, ma per fame di sguardo. Oggi, quello specchio si è spostato verso lo schermo. Non per registrare un’immagine, ma per sostenere una visione mediatizzata di sé: esistere è essere visti, anche se da nessuno.
Qui entra in gioco ciò che la psicoanalisi chiama perversione primaria. Non come patologia morale, ma come rischio strutturale: senza la legge della castrazione, la madre può sostituire il figlio all’oggetto del proprio desiderio. Lacan lo formula con un’immagine brutale: la madre coccodrillo. Una delle sue fauci è la maternità; l’altra, la sua femminilità. Il bastone che impedisce che il figlio venga divorato è la legge della castrazione — non per reprimere il desiderio, ma per limitarlo.
Nella madre narcisistica, la maternità appare come una minaccia alla femminilità. Il corpo cambia, il desiderio si sposta, l’attrazione sessuale non occupa più il centro. Invece di accettare questa perdita, la madre può tentare di annullarla appropriandosi del figlio. Qui emerge il complesso di Medea: non come vendetta contro il padre, ma come tentativo disperato di tornare indietro nel tempo, di restituire una femminilità immaginata attraverso il sacrificio del figlio.
Recalcati trova una formulazione contemporanea di questa tensione in Mommy (Xavier Dolan): una madre intrappolata tra la madre coccodrillo e la madre narcisistica. Una donna che sacrifica la Madre, fino a riconoscere che non può — né deve — coprire tutti i bisogni di un figlio che ha perso ogni stabilità simbolica. Non si tratta di un amore insufficiente, ma del limite stesso dell’amore.
La domanda decisiva, allora, non è se la madre ama o non ama, ma un’altra, molto più scomoda: che cosa è stato il figlio per il desiderio della madre?
In Il Ravage, Recalcati affronta la falla femminile dell’eredità. La figlia esige dalla madre la chiave della femminilità, ma ogni madre è priva di questa chiave. Non esiste trasmissione diretta, né modello pieno. La femminilità non si eredita: si inventa, si perde, si cerca. Lì dove la madre promette ciò che non ha, il danno si moltiplica.
La psicoanalisi non accusa la madre, ma nemmeno la assolve. Indica un’esigenza etica: acconsentire alla mancanza. Lasciare che il figlio non colmi, non ripari, non garantisca nulla. Solo così può emergere un desiderio che non sia mortifero. Solo così l’amore smette di essere cattura e diventa, finalmente, relazione
