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JACQUES LACAN per Massimo Recalcati (I)

Aggiornamento: 13 ore fa


La psicoanalisi non cerca di prevedere il corso della storia né di ordinare i suoi eventi secondo una logica progressiva. Non c’è qui una cronologia naturalistica né una promessa di futuro leggibile in anticipo. In Lacan, la storia non si presenta come un racconto oggettivo di ciò che è accaduto, ma come una costruzione sempre instabile, dipendente dal linguaggio e dalla posizione soggettiva da cui viene enunciata. Senza parola non c’è storia: c’è solo una successione muta di fatti privi di senso. È il linguaggio che introduce l’ordine, ma anche la rottura.


Per questo non si tratta tanto di ricordare quanto di riscrivere la storia. Il passato non è chiuso; è il futuro — ciò che non è ancora avvenuto — a risignificare retroattivamente ciò che siamo stati. Le contingenze passate si riorganizzano a partire dalle necessità che si aprono in avanti. La storia non è memoria, ma lavoro; non è archivio, ma operazione. Anni dopo, Lacan farà giocare questa idea con lo slittamento tra storia e isteria, sottolineandone il legame dialettico: la storia parla perché qualcosa non torna, perché c’è un resto che insiste.


Questa concezione si distanzia tanto dall’individualismo quanto dall’autodeterminismo, ma anche da una lettura puramente collettiva. Lacan rifiuta l’illusione di una scienza universale del soggetto. La psicoanalisi è, in ogni caso, una scienza del particolare: non perché ignori il sociale, ma perché comprende che il sociale si incarna solo in forme singolari di desiderio e di godimento.


Da qui si comprendono le diverse posizioni cliniche. Il nevrotico si definisce per la rinuncia alla pulsione: il suo inconscio è strutturato come un linguaggio, ed è lì che si gioca il suo conflitto. Nella psicosi, invece, vi è un eccesso di realtà pulsionale e una falla nella mediazione simbolica; il normativo non riesce a operare come limite. Nella schizofrenia, il simbolico non riesce a organizzare l’esperienza, lasciando il soggetto esposto a una frammentazione radicale. Non si tratta di etichette, ma di modi diversi di abitare il linguaggio, il corpo e il godimento.


Il desiderio, per Lacan, non è un bisogno né una volontà cosciente: è sempre desiderio dell’Altro, si costituisce nella relazione. Il godimento, invece, è una relazione con se stessi; non mira all’incontro, ma alla soddisfazione della pulsione nel suo circuito chiuso. Il godimento non serve a nulla, non produce, non comunica: insiste. Da qui la sua vicinanza alla pulsione, che non cerca l’Altro ma la propria ripetizione.


Qui emerge con chiarezza la tensione etica che Lacan legge in Kant e Sade. Se in Kant la legge si presenta come dovere morale, in Sade il movimento si inverte radicalmente: il godimento diventa un dovere. Non si tratta più di limitare il desiderio in nome della legge, ma di sottomettersi masochisticamente all’esigenza di godere. Entrambe le posizioni sono le due facce della stessa medaglia: legge e godimento non si oppongono, possono coincidere in modo mortifero. Questa logica risuona con forza nella contemporaneità, dove il mandato di godere, rendere ed esporsi si presenta come libertà.


Il desiderio si organizza attorno a un oggetto che non viene mai posseduto del tutto. L’oggetto guarda: è immaginario, è ciò che il desiderio insegue senza raggiungerlo. Il piccolo oggetto a, invece, non è l’oggetto del desiderio ma la sua causa; non è una cosa, ma una funzione che precede il soggetto stesso. Non desideriamo perché siamo soggetti; siamo soggetti perché ci manca qualcosa.


Nel feticismo, il desiderio resta catturato da quel piccolo oggetto a. Nella melanconia, invece, quell’oggetto è vissuto come definitivamente perduto, lasciando il soggetto identificato con la perdita stessa. In entrambi i casi, il problema non è l’oggetto, ma l’impossibilità di fare qualcosa con la mancanza.


Il linguaggio rende impossibile l’esistenza della Cosa, così come il fallo rende impossibile il rapporto sessuale. Il Nome-del-Padre non garantisce armonia né ordine naturale; introduce una doppia condizione: la significazione del fallo e il limite del godimento. Non è il bambino che deve attraversare la violenza di un padre castrante; è il soggetto, in quanto essere parlante, che è obbligato a sperimentare il godimento come impossibile. È il linguaggio che impedisce alla pulsione di diventare legge assoluta.


Da qui il fatto che la psicoanalisi non prometta una relazione giusta con il reale. Non esiste una misura corretta né una norma universale capace di ordinare il desiderio. Il desiderio del soggetto, nella sua differenza radicale, non può essere ridotto a un ideale accettabile per tutti. L’etica analitica non consiste nell’adattarsi, ma nel liberare il soggetto dal peso della colpa che nasce dall’alienazione agli ideali dell’Altro. Lacan è netto: l’unica colpa possibile è aver tradito il proprio desiderio.


L’incontro, allora, non è la fusione di due soggetti né la somma di due godimenti. Non si tratta di unire il godimento dell’Uno con quello dell’Altro — sempre eterogenei —, ma di articolare, in ciascun soggetto, desiderio e godimento senza che l’uno annulli l’altro. L’incontro si produce dall’incrocio di due saperi inconsci, non da un’armonia cosciente né da una complementarità immaginaria.


A questo punto, il godimento femminile introduce un’apertura decisiva. Non si esaurisce nel fallico né si organizza unicamente attorno all’oggetto; implica sempre una relazione con la mancanza. Non si tratta di occupare il posto di oggetto nella relazione sessuale, ma di non retrocedere di fronte alla mancanza dell’Altro. Una donna che sa godere e far godere il fallo non è isterica nel senso lacaniano: non resta fissata al posto di oggetto, non riduce il legame a una scena di domanda. Il suo godimento implica sempre la relazione, la non chiusura, l’impossibilità di una conclusione.


L’amore, da qui, non appare come complemento né come fusione. Può sorgere solo quando due soggetti rinunciano a fare del piccolo oggetto al centro della relazione. Amare implica cedere qualcosa del godimento affinché il desiderio non resti fissato né idealizzato. Non c’è garanzia, non c’è promessa, non c’è chiusura. Solo la possibilità — sempre fragile — di sostenere il desiderio senza trasformarlo in un mandato, e di accettare che ogni relazione si fondi, inevitabilmente, su una mancanza.


Jacques Lacan
Massimo Recalcati



 
 

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