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AFTERSUN (Charlotte Wells)

  • 5 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

Padre e figlia in vacanza. Ma ciò che vediamo non è esattamente quel viaggio, bensì il ricordo di quel viaggio. L’intero film è attraversato da questa distanza: Sophie adulta che cerca di ricostruire qualcosa accaduto quando aveva undici anni.



Non vediamo direttamente il passato. Vediamo ciò che ne resta.


Tra loro c’è una complicità molto particolare. Si vogliono bene, giocano, si cercano. Eppure, qualcosa nella relazione è leggermente spostato. Non è la relazione tradizionale tra padre e figlia. In diversi momenti sembrano più fratelli: due età che non si collocano del tutto nel posto che dovrebbero occupare.


Sophie (Frankie Corio) sta entrando nella pubertà. Comincia a guardare gli altri, osservare le ragazze più grandi, avvicinarsi con curiosità ai primi gesti del desiderio. Il film accompagna quel risveglio con una macchina da presa molto sensibile alle superfici: corpi che nuotano, pelli, riflessi sull’acqua.


Non è una sessualità esplicita. È qualcosa di più diffuso, più tattile. Come se il mondo cominciasse a sentirsi in un altro modo.


Nel frattempo, Calum (Paul Mescal) — il padre — sembra muoversi nella direzione opposta. Ha trentuno anni, eppure qualcosa in lui appartiene ancora all’adolescenza. Ama sua figlia e cerca di essere un buon padre, ma si percepisce una profonda difficoltà a sostenere il ruolo adulto.


È vicino, affettuoso, persino complice. Ma è anche un padre senza troppa autorità.


Oggi lo chiameremmo un padre moderno: più orizzontale, più amico che figura di comando. Tuttavia, il film lascia intravedere qualcosa di più inquietante di questo semplice aggiornamento del ruolo paterno. C’è in lui una certa mancanza di ancoraggio, come se non sapesse bene dove collocarsi nel mondo.


A tratti, Sophie sembra emotivamente più stabile di lui.


Non viene mai detto esplicitamente, ma tutto in Calum suggerisce una tristezza difficile da nominare. Piccoli gesti lo tradiscono: il modo in cui resta solo sul balcone a guardare la notte; il silenzio che cade quando Sophie si addormenta; l’istante in cui scoppia a piangere senza che nessuno lo veda.


Come se cercasse di proteggerla da qualcosa che lui stesso non può più sostenere.


A questo punto, il film inizia a insinuare una dimensione più profonda: il rapporto di Calum con il proprio ideale di uomo. La mascolinità qui non appare come un’identità sicura, ma come un’aspettativa difficile da raggiungere.


Il modello sociale richiede ancora all’uomo adulto certe cose concrete: stabilità, controllo emotivo, capacità di provvedere e sostenere una famiglia. Calum sembra non adattarsi del tutto a questo schema. La sua vita suggerisce una certa precarietà, una mancanza di stabilità economica e vitale che lo allontana dall’ideale tradizionale del padre provveditore.


Non necessariamente perché Sophie lo percepisca così, ma perché egli stesso si misura rispetto a quell’ideale.


La pressione di questo modello si manifesta anche sul piano psicologico. La mascolinità nella nostra società turbo-capitalista richiede produttività, forza, autocontrollo, una certa opacità emotiva. Mostrare fragilità esce da questo quadro. Calum sembra vivere proprio in quella tensione ideologica: tenta di mantenere un’immagine leggera, divertente, protettiva per sua figlia, mentre qualcosa dentro di lui crolla.


La tristezza è presente, ma raramente trova uno spazio dove esprimersi.


Una scena apparentemente banale riassume bene questa ambiguità. Qualcuno commenta che sembrano fratelli. Normalmente questa frase funziona come un complimento fisico per il padre e una piccola offesa per la figlia. Ma qui risuona in modo diverso.

Perché, in un certo senso, è vero.


Calum sembra aver prolungato troppo a lungo la sua adolescenza. E Sophie, invece, inizia a spostarsi verso una maturità emotiva che non le appartiene ancora del tutto.


Entrambi sono su una soglia.


Questo disallineamento produce nel film una sensazione costante di limbo.


Un limbo che appare letteralmente nelle scene del rave. Uno spazio buio pieno di luci stroboscopiche dove Sophie adulta cerca di raggiungere il padre tra la folla. Il tempo sembra sospeso lì. I corpi appaiono e scompaiono tra i flash. Calum non si vede mai del tutto, solo a frammenti.


Non è uno spazio di festa o di edonismo. Funziona piuttosto come un luogo di dissoluzione.


In quello spazio, le identità diventano instabili, i corpi si confondono, le figure appaiono e scompaiono. Il rave diventa così un’immagine di fuga: non un luogo dove divertirsi, ma un luogo dove scomparire, sottrarsi temporaneamente alle aspettative del mondo.


L’impossibilità di affrontare quelle richieste — essere adulti, essere padri, essere l’uomo che si suppone si debba essere — sembra trovare lì la sua forma simbolica.



Le riprese domestiche appaiono costantemente nel film. La videocamera con cui Calum registra piccoli momenti: conversazioni, giochi, gesti quotidiani. Non sono immagini spettacolari. Sono immagini goffe, instabili, come qualsiasi archivio familiare.


Ma proprio per questo acquisiscono un’altra intensità.


Perché quelle immagini sopravvivono. E ciò che sopravvive finisce sempre per avere più peso di quanto ne aveva al momento della registrazione.


L’intero viaggio diventa così una domanda retroattiva.


I ricordi sono pochi: un hotel in Turchia, qualche escursione, il karaoke, le registrazioni video. Nulla di particolarmente straordinario.


Ma proprio per questo quei ricordi si espandono, come umidità su un muro. Cercano di occupare lo spazio di ciò che non si è mai saputo.


Nel mezzo di tutto ciò appare la scena che sembra concentrare quell’emozione contenuta: il ballo di “Under Pressure”, dei Queen e di David Bowie.


Calum insiste perché ballino. Sophie all’inizio resiste, poi entra sulla pista. La canzone inizia quasi come un gioco, ma poco a poco qualcosa cambia. C’è un’intensità strana in quel momento, come se entrambi sentissero qualcosa che ancora non sapessero nominare.


Per alcuni secondi sembra che tutto si allinei.


Ma la scena porta anche un senso di addio.


Forse perché Sophie adulta la ricorda così. Forse quel viaggio è stato uno degli ultimi momenti in cui suo padre poteva essere davvero presente. Il film non lo dice chiaramente, ma la sensazione che resta è che Sophie cerchi di conciliare due immagini che non combaciano del tutto: il padre gioioso che ballava con lei e l’uomo probabilmente caduto in un luogo più oscuro.


La conclusione rafforza questa impressione.


Calum sta filmando con la videocamera. Termina, si ferma qualche secondo, poi si gira. Cammina per il corridoio dell’hotel e apre una porta da cui irrompe la luce intermittente del rave.


La macchina da presa, invece, ci lascia all’aeroporto.


Calum scompare in quella luce frammentata.


È un gesto semplice, ma devastante. Come se il ricordo arrivasse a quel punto e non potesse andare oltre. Come se la memoria incontrasse un limite.


Forse per questo il film risulta così doloroso. Perché Sophie adulta cerca di ricostruire non solo un’estate, ma anche una domanda molto più difficile: chi era davvero suo padre e cosa stava vivendo mentre lei non poteva ancora capire.


Il cinema qui funziona come uno sguardo secondario. Uno sguardo che arriva troppo tardi.

Ma che, comunque, insiste nel tornare sulle stesse immagini più e più volte, cercando di trovare in esse qualcosa che prima non abbiamo saputo vedere.


Forse in questo gesto — tornare ai ricordi, rivederli da un altro luogo — c’è anche una forma di lutto.


Non per chiudere la storia.


Ma per poter continuare ad abitarla.


Aftersun (Charlotte Wells, 2022)

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